Il regista cinese, che vive in Giappone da 18 anni, ha cominciato le sue riprese nel 1997 e, approfittando del disinteresse generale, e' riuscito ha ottenere finanziamenti e aiuti vari non solo dalla Corea e dalla Cina ma anche 7,5 milioni di yen dal Consiglio Giapponese per le Arti, che dipende dall'Ufficio per gli Affari Culturali. Tutto sembrava procedere per il meglio (il film e' stato pure premiato ad un festival in Corea) quando il Partito Liberal Democratico (la versione giapponese della nostra Democrazia Cristiana, al governo praticamente ininterrottamente dal 1946) e le forze di destra si sono finalmente "accorti" dell'esistenza del documentario. Apriti cielo! Il 12 marzo un gruppo di parlamentari guidati da Tomomi Inada del PLD ha voluto assistere a una proiezione speciale del film prima che uscisse nelle sale - cosa gia' di per se' straordinaria - dopo di che hanno espresso un parere sostanzialmente negativo che suonava come una vera e propria censura. Il successivo 19 aprile, poi, 150 parlamentari ultraconservatori hanno visto a loro volta il documentario e hanno chiesto alle autorita' di bandirne la commercializzazione.
Queste dichiarazioni mostrano come in Giappone sia ancora difficile intavolare un dibattito politico libero e aperto, soprattutto quando si osa criticare la patria, l'imperatore o il PLD. In questo caso, poi, due cose in particolare saltano all'attenzione: innanzitutto l'elemento razzista delle critiche: molti esponenti conservatori hanno dichiarato che un cinese non aveva nessun diritto di ficcare il naso negli affari interni del paese, soprattutto se il suo intento era quello di fare un film "anti-giapponese". Questo sebbene il film sia stato prodotto da una troupe in buona parte giapponese. In secondo luogo il centrodestra crede che il governo possa finanziare solo quelle opere che non mettono in discussione l'ideologia ufficiale, alla faccia del pluralismo democratico.